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Le tecniche di assicurazione in parete
A cura di Vittorio Bedogni, Giuliano Bressan, Claudio Melchiorri,
Gigi Signoretti, Carlo Zanantoni (CCMT)
1. Premessa
Dopo un lungo lavoro svolto in quasi due anni la Commissione
Centrale Materiali e Tecniche (CCMT) ha prodotto e recentemente
divulgato alle Scuole di Alpinismo-Sci Alpinismo e Arrampicata
Libera del CAI il filmato “Tecniche di assicurazione:
confronto tra classica e ventrale” e il quaderno allegato
“Le tecniche di assicurazione in parete”. Le finalità
del lavoro svolto, sia teorico sia sperimentale, possono essere
così riassunte:
- spiegare in maniera dettagliata ed esauriente i complessi
fenomeni fisici che stanno alla base della trattenuta di una
caduta
- capire se esistono elementi che fanno preferire una tecnica
di assicurazione rispetto ad un’altra in dipendenza
delle circostanze operative
La materia è molto complessa e per questo motivo si
deve puntualizzare il fatto che su alcuni aspetti non sono
ancora state tratte conclusioni definitive. Inoltre, la complessità
dell’argomento fa sì che le caratteristiche fondamentali
dell’assicurazione dinamica siano, di fatto, ancora
poco note alla maggior parte degli alpinisti; ancor più
negativo è poi il fatto che si assiste spesso, da parte
di alcune categorie di arrampicatori, a prese di posizione
non sempre basate su considerazioni razionali e dati oggettivi.
La CCMT ha da qualche tempo affrontato il complesso problema
ed ha prodotto, negli anni, vari documenti e alcuni filmati
[1-2]. Nel lavoro svolto, la CCMT si è basata sia su
esperienze sperimentali sia su considerazioni teoriche: sono
state realizzate numerose campagne di prove su differenti
terreni ghiacciati [3], rocciosi [4] e di “laboratorio”,
come per esempio alla Torre di S. Lazzaro di Padova [5] e
presso l’Università di Padova.
Per dare un’idea del lavoro svolto è sufficiente
ricordare le varie centinaia di prove eseguite nelle quali
sono stati misurati e registrati i principali parametri della
tenuta di una caduta nelle più svariate situazioni.
Si rileva a tale proposito che questa serie di prove (che
ha visto il coinvolgimento di tecnici e di numerosi esperti,
tra cui guide alpine) è la prima in assoluto svolta
sull’argomento con questo dettaglio e precisione.
E’ stato inoltre sviluppato un modello matematico [6]
per la cui validazione sono stati usati i dati sperimentali;
esso è stato utilizzato per interpretare i punti più
critici e per fare confronti tra le varie tecniche di assicurazione
in modo «asettico», cioè non viziato da
comportamenti umani non sempre perfettamente ripetibili. Infatti,
in molte occasioni alcuni fenomeni non sono facilmente comprensibili
a partire dai soli dati sperimentali, in quanto spesso essi
sono messi in ombra da comportamenti differenti dell’assicuratore.
Nel presente articolo si vuole riportare il sunto dei punti
salienti illustrati nel “filmato” e nel “quaderno”,
ai quali si rimanda per una più approfondita analisi
(copie dei supporti sono a disposizione; indirizzare eventuale
richiesta a: CCMT c/o C.A.I. Sede Centrale - il testo del
quaderno sarà disponibile anche nel sito web del C.A.I.
e della CCMT in costruzione).
E’ doveroso, a conclusione di questo lavoro, ringraziare
la Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo e Sci Alpinismo
e la Scuola Centrale di Alpinismo per l’aiuto e la collaborazione
fattiva su diversi aspetti del lavoro svolto, la Scuola Alpina
della Guardia di Finanza di Passo Rolle per la collaborazione
e l’aiuto logistico in alcune delle prove effettuate
ed infine tutti i colleghi e gli amici che si sono adoperati
sia sul campo per le prove pratiche in condizioni non sempre
facili sia, compito non meno semplice, “a tavolino”
per lo sviluppo delle parti più metodologiche.
2. Elementi della catena di sicurezza: i freni
Dovrebbero essere qui analizzati, per maggior completezza
del tema trattato, i principali componenti della catena di
sicurezza la ”corda”,la “sosta”, i
“freni”, considerando soprattutto le loro caratteristiche
fisiche e il loro funzionamento nella catena dinamica di assicurazione
e quindi in definitiva le implicazioni che hanno sulle varie
tecniche di assicurazione. Per motivi di spazio verranno,
in questo articolo, prese in considerazione esclusivamente
le caratteristiche fisiche del “freno”.
Il freno è quell’attrezzo che, pilotato dalla
mano dall’assicuratore, permette di rallentare ed arrestare
la caduta. Vari sono i freni utilizzati per l’assicurazione.
Tra i più comuni vi sono: il nodo mezzo barcaiolo,l’Otto,
il secchiello o Tuber, la piastrina Sticht. Questi attrezzi,
di là dalla loro conformazione e del loro modo di operare,
hanno una caratteristica in comune: essi si comportano come
moltiplicatori di forze, cioè come amplificatori della
forza applicata dalla mano, e generano in questo modo la forza
frenante che agisce, attraverso la corda, sulla massa che
cade, Fig. 1. La capacità frenante è espressa
dal fattore di moltiplicazione della forza, definito come
rapporto tra la forza nella corda a valle e a monte del freno.
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Rami paralleli |
Rami a 180° |
mezzo barcaiolo |
8-12 |
6-8 |
Otto |
2-3 |
4-6 |
Tuber |
1,5-2 |
3-5 |
Piastrina Sticht |
1,5-2 |
3-5 |
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Figura 1.
Capacità frenante, espressa come rapporto fra
forza a valle e forza a monte, e funzionamento schematico
di un freno. Il fattore di moltiplicazione è
riportato per i due casi di rami di corda paralleli
e disposti a 180°.
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Un aspetto molto importante per la corretta comprensione
del modo di operare del freno è il seguente:
l’efficacia della frenatura è data dall’effetto
combinato:
- della forza esercitata dalla mano dell’assicuratore
- della capacità frenante dell’attrezzo.
Ciò significa che si può ottenere lo stesso
effetto di frenata sia con una “debole” forza
della mano combinata con un freno molto efficace sia, viceversa,
con una “elevata” forza applicata della mano con
un freno meno efficiente. A questo proposito però,
poiché la forza esercitata dalla mano ha un limite
superiore, vale la pena di sottolineare che:
è meglio avere un freno efficace che può essere
modulato morbidamente in caso di richiesta di basse forze
frenanti piuttosto che un freno poco efficace che non permette
di trattenere opportunamente cadute importanti.
3. Come funzione un’assicurazione dinamica
Entriamo ora nel merito della questione principale: come
funziona un’assicurazione dinamica? Per semplicità
prendiamo come riferimento il caso di una catena di sicurezza
con un unico rinvio e con freno direttamente collegato all’ancoraggio
di sosta. Questa configurazione “semplificata”
è stata adottata allo scopo di evidenziare gli aspetti
fondamentali della assicurazione dinamica senza l’influenza
di effetti spuri introdotti dal triangolo di sosta e dal coinvolgimento
del corpo dell’assicuratore. Il fenomeno della trattenuta
può schematicamente essere suddiviso in due fasi.
Prima fase. In questa fase, che chiameremo inerziale, la
stimolazione alla frenata arriva al freno dalla corda che
scorre con la stessa velocità del corpo che cade e
quindi tanto più rapidamente quanto maggiore è
l’altezza di caduta. La mano dell’assicuratore,
che impugna la corda, tende quindi ad acquistare la stessa
velocità di questa, subendo una brusca accelerazione.
Questa accelerazione, che coinvolge prima la mano, poi il
braccio, la spalla e parte del corpo dell’assicuratore
(attraverso un irrigidimento dei muscoli relativi), genera
la forza d’inerzia frenante tipica di questa fase. Va
pure sottolineato che in questa fase anche l’elasticità
della corda esercita un ruolo non trascurabile,in quanto essa
rientra nel meccanismo di generazione della forza d’inerzia.
La forza così generata viene amplificata prima dall’effetto
del freno, che agisce come moltiplicatore di forze, e poi
dall’attrito sul rinvio.
La forza applicata dalla mano, aumentata dagli effetti sopra
descritti, va infine a decelerare, attraverso la corda, la
massa che cade fino ad arrestarla. Durante questa fase la
parte della massa corporea dell’operatore messa in movimento
acquista velocità e può succedere che essa arrivi
a muoversi con una velocità anche superiore a quella
del corpo che cade: a questo punto, venendo ad annullarsi
la forza d’inerzia, viene meno la capacità frenante
della mano.
Questa analisi si basa sulle riprese osservate al rallentatore,
sull’interpretazione fornita del modello matematico
e sulle registrazioni sperimentali dell’andamento delle
forze nel tempo presenti nella catena di sicurezza. L’analisi
dei dati ha messo in luce che il picco di tensione (cioè
la forza di arresto) si crea proprio grazie a questo meccanismo.
Si conclude quindi che l’azione frenante della mano,
in questa fase in cui prevale la forza d’inerzia, è
proporzionale all’entità della massa degli arti
coinvolta e determina, con il contributo del freno, il picco
di tensione nella catena di sicurezza; il tipo di assicurazione
messo in atto ha una importanza secondaria.
Per dare un’idea quantitativa di quanto affermato,
diciamo che:
la forza massima esercitata dalla mano dell’assicuratore
varia dai 15 ai 30 daN ed è generata dall’inerzia
di una massa di circa 2-3 kg; questa parte dell’azione
frenante ha una durata estremamente breve, dell’ordine
di due o tre decimi di secondo.
Questa informazione è stata desunta, con l’aiuto
del modello matematico, dai dati sperimentali. Si può
notare che, vista la brevità dei tempi, la reazione
dell’assicuratore (e quindi la forza in gioco) è
influenzata essenzialmente da un maggior o minor irrigidimento
iniziale dei muscoli del braccio e quindi da un atteggiamento
più o meno rilassato.
Seconda fase. Chiameremo questa: fase di scorrimento. Dai
filmati analizzati al rallentatore risulta come in questa
fase le parti del corpo subiscano solo piccoli spostamenti
e come l’assicuratore opponendo resistenza con parte
del proprio peso mantiene bloccata la corda o la lascia scorrere
in modo più o meno controllato,come succede ad esempio
quando la mano viene ad interferire con il freno o la forza
supera il limite di tenuta della mano stessa.
In questa fase, dunque, la forza non è più
di tipo inerziale e l’entità della tensione nella
catena di sicurezza dipende dal fatto che l’assicuratore
eserciti una forza più o meno elevata. Da questo comportamento
dipende anche l’entità della corsa della corda
nel freno fino al completo arresto della caduta.
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Fig. 2abc
Assicurazione con freno sul chiodo: andamenti tipici
della caduta, della corsa nel freno, delle forze (all’ultimo
rinvio, in sosta e applicata dalla mano). Vengono evidenziate
la durata delle fasi inerziale e di scorrimento. |
In Fig. 2abc sono riportati tre grafici che mostrano, se pur
in modo qualitativo, gli andamenti degli spostamenti, della
corsa della corda nel freno e delle forze. Si può notare
come il picco di tensione si verifichi dopo circa 2,5 decimi
di secondo e che questo avvenga prima dell’arresto della
massa che cade (si veda il suo massimo spostamento, di circa
2,2 m dopo 0,95 secondi). Si può inoltre osservare
che la corsa della corda nel freno prosegue, anche dopo il
raggiungimento del picco di carico, fino all’arresto
della caduta.
4. L’assicurazione dinamica
Vengono di seguito illustrate e confrontate due tra le tecniche
principali di assicurazione dinamica: quella “classica”
che non prevede il sollevamento dell’operatore e quella
ventrale, che invece coinvolge il corpo dell’assicuratore
nel meccanismo di tenuta.
4.1 La tecnica “classica” che non coinvolge il
sollevamento dell’assicuratore
Questo modo di operare, caratterizzato da diverse varianti,
è generalmente noto come assicurazione classica ed
è comunemente adottato nelle scuole del CAI. Come freno
viene di solito consigliato il nodo mezzo barcaiolo, anche
se si potrebbero utilizzare altri tipi di freno.
Il freno è collegato al vertice del triangolo di collegamento
degli ancoraggi di sosta e l’assicuratore è collegato
al più sicuro degli ancoraggi. In questo caso gli ancoraggi
sono tra loro collegati in parallelo.E’ da notare come,
durante la trattenuta, vi sia una fase in cui il freno non
è operativo. Questa fase dura per tutto il tempo richiesto
per il completo ribaltamento del triangolo di sosta: solo
allora il freno inizia la sua funzione. Questo modo di operare
comporta due aspetti negativi:
1. la caduta è prolungata di una entità pari
al doppio della lunghezza del triangolo di sosta.
2. all’entrata in funzione del freno, si verrà
ad operare esercitando uno strappo sulla corda in quanto il
freno si è sollevato di molto e l’assicuratore
tende a tirare la corda dal basso con buona parte del suo
peso: il risultato è una elevata forza frenante con
conseguente elevato valore del carico sull’ultimo rinvio.
4.2 Le tecniche che coinvolgono il sollevamento dell’assicuratore
Vi sono di fatto due tecniche che prevedono il coinvolgimento
del corpo dell’assicuratore. La prima, l’assicurazione
classica bilanciata, trae origine, come variante dell’assicurazione
classica, dalla necessità di evitare gli effetti del
ribaltamento del triangolo di sosta (la differenza sta nel
fatto che l’assicuratore è auto assicurato anch’esso
al vertice del triangolo e non direttamente a un ancoraggio
di sosta). La seconda, l’assicurazione ventrale, ha
origine diversa ed è nata nei paesi anglofoni con l’intento
di contrapporre il peso dell’assicuratore alle forze
derivanti dalla caduta. Entrambe le assicurazioni sono caratterizzate
dal fatto che l’operatore viene sollevato più
o meno bruscamente con possibilità di urti anche violenti
contro la roccia.
Per brevità analizziamo solo l’assicurazione
ventrale, essendo la prima (in termini di carichi generati)
molto simile a questa.
Come funziona l’assicurazione ventrale
In questa tecnica il freno è direttamente collegato
all’imbracatura dell’assicuratore. Un aspettoimportante
riguardante l’efficacia di funzionamento del freno è
costituito dalla necessità far passare la corda in
uscita dallo stesso attraverso un moschettone posto al vertice
del triangolo (pseudo rinvio) cui l’assicuratore è
collegato tramite la corda di cordata, come mostrato in Fig.
3. Questo allo scopo di evitare che, nel caso di caduta senza
rinvii, le sollecitazioni si scarichino direttamente sull’imbracatura
dell’operatore rendendo quanto meno problematica la
trattenuta.
Entrando nel merito del funzionamento di questo tipo di assicurazione,
va rilevato come i meccanismi dell’assicurazione dinamica
si ritrovano tutti anche in questo caso. In modo particolare
(anche contrariamente ad alcune credenze presenti in buona
parte del mondo dell’arrampicata) va rilevato che:
le forze che sollecitano la catena di sicurezza sono conseguenza
diretta della forza frenante impressa dalla mano dell’assicuratore;
questa, nel caso dell’assicurazione ventrale, genera
una forza di bassa entitàa causa del suo modo di muoversi
prevalentemente orizzontale, non aggiungendo quindi la propria
forza peso all’azione frenante.
Il moto di sollevamento dell’assicuratore non “modula”
il carico nella catena di sicurezza ma è “conseguenza”
della forza ad esso applicata dal freno: neconsegue che, poiché
il picco di tensione avviene dopo un tempo brevissimo di 2-3
decimi di secondo, il sollevamento al momento della massima
sollecitazione nella corda è solo di pochi decimetri;
l’ulteriore sollevamento a cui è soggetto l’assicuratore
non influenza in modo significativo i carichi.
Nella Fig. 4abc vedremo riportato l’andamento temporale
dell’entità della caduta, del sollevamento dell’assicuratore,
delle corse della corda nel freno (sia per la fase inerziale
che totale) e dei carichi relativi a una trattenuta effettuata
con il freno collegato all’imbracatura dell’assicuratore
(assicurazione ventrale). In generale si può comunque
affermare che:
le tecniche che implicano il sollevamento dell’assicuratore
generano tensioni inferiori nella catena di sicurezza e quindi
in modo particolare in sosta e sull’ultimo rinvio.
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Figura 3
Organizzazione dell’assicurazione ventrale: si
noti la disposizione del primo moschettone di rinvio,
passato nel vertice del triangolo di sosta. |
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Figura 4abc
Assicurazione ventrale: andamenti tipici della caduta,
della corsa nel freno, del sollevamento dell’assicuratore,
delle forze (all’ultimo rinvio, in sosta e applicata
dalla mano). Si confrontino i risultati con quelli di
Fig. 2abc |
4.3 Confronto tecnico tra le assicurazioni
Nella tabella 1 è riportato un confronto tra le tecniche
di assicurazione che non permettono il sollevamento dell’assicuratore
e quelle che lo permettono, illustrando in particolare i pregi
e i difetti, così come dedotti dall’esperienza
pratica.
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Pregi |
Difetti |
| Assicurazione con sollevamento |
Facile eseguibilità - comodità
Maggior precisione nella gestione della corda
Minore sollecitazione in sosta e sull’ultimo ancoraggio
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Forte strappo all’assicuratore, con possibilità
di significativi urti contro la parete
Maggiori difficoltà, dopo il volo, nelle manovre
di autosoccorso
Maggiore lunghezza del volo di chi cade
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| Assicurazione senza sollevamento |
Facile eseguibilità – comodità
L’assicuratore non è coinvolto dal volo
Minori problemi, dopo il volo, nelle manovre di autosoccorso
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Maggiore sollecitazione in sosta e sull’ultimo
rinvio |
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| Tabella 1:
Confronto delle assicurazioni dinamiche |
Ai risultati riportati in tabella è opportuno aggiungere
le seguenti precisazioni.
La differenza di sollecitazioni al rinvio tra assicurazioni
con sollevamento e senza è, tipicamente, di 100-150
daN su 400-600 daN a favore delle assicurazioni con sollevamento.
Differenze di sollecitazione al rinvio di questa entità
si hanno nel caso di scarso attrito lungo il percorso della
corda (es. un solo rinvio) e vanno notevolmente riducendosi
fino a diventare trascurabili se gli attriti aumentano.
Tali differenze si riferiscono ad una situazione favorevole
alle assicurazioni con sollevamento, in quanto l’assicurazione
classica consente il “ribaltamento” del triangolo
di sosta cui è collegato il freno e questo porta ad
una frenata eccessivamente brusca.
Un miglioramento dell’assicurazione classica senza
sollevamento può essere ottenuto, nel caso di ancoraggi
affidabili (se opportuno, fra loro collegati), mettendo direttamente
il freno in uno degli ancoraggi e operando una trattenuta
morbida. Questa è facilitata da un’organizzazione
della sosta che permetta di avere il freno grosso modo all’altezza
del petto dell’assicuratore.
L’assicurazione “classica bilanciata”,
cioè con assicuratore appeso al vertice del triangolo
di collegamento degli ancoraggi, dà in pratica risultati
paragonabili o peggiori a quelli dell’assicurazione
ventrale.
Il modello matematico, che per molti aspetti interpreta bene
i dati sperimentali, indica che la riduzione del carico al
rinvio può essere solo in parte attribuita al sollevamento
dell’assicuratore: la maggior parte è da attribuirsi
al comportamento dell’operatore (essenzialmente alla
tenuta della mano), tanto è vero che gli esperimenti
mostrano una maggior corsa della corda nel freno nel caso
dell’assicurazione con sollevamento, mentre ci si aspetterebbe
il contrario, tenendo conto della frazione di energia assorbita
dall’innalzamento dell’assicuratore.
5. Aspetti pratici della catena di sicurezza
Di seguito vengono date alcune indicazioni pratiche per migliorare
l’efficacia della catena di sicurezza sulla base delle
considerazioni suggerite dall’analisi dei fenomeni fisici
che regolano l’azione di trattenuta della caduta.
Sosta
Per ridurre l’effetto nocivo del “ribaltamento
della sosta”, tanto maggiore quanto più lungo
è il triangolo di sosta, è necessario che quest’ultimo
sia il più corto possibile compatibilmente con la distribuzione
dei carichi sugli ancoraggi. Un assetto il più possibile
verticale dei punti di ancoraggio rappresenta la situazione
ottimale e rende la ripartizione dei carichi sui chiodi indipendente
dalla lunghezza del triangolo, che può quindi essere
il più corto possibile. Questo suggerimento trova validità
anche nel caso di assicurazione ventrale in cui l’innalzamento
dell’assicuratore è limitato proprio dall’entità
del triangolo di sosta; si è visto che l’innalzamento
dell’operatore, oltre mezzo metro circa, non influenza
significativamente il valore dei carichi nella catena di sicurezza.
Freno
Viene ricordato che l’azione frenante è il risultato
dell’effetto combinato della forza della mano e dell’efficacia
del freno (fattore di moltiplicazione delle forze): è
pertanto fuori luogo parlare di prestazioni dei freni in modo
disgiunto dalla forza frenante messa in atto dalla mano. Questo
vuol dire che in linea di principio un freno vale l’altro
salvo saper modulare opportunamente la forza frenante esercitata
dalla mano; va però ricordato che una forza frenante
debole richiede corse della corda nel freno elevate e viceversa
e inoltre che solo azioni frenanti (combinazione di forza
frenante ed efficacia del freno) vigorose sono in grado di
fermare cadute importanti! E’ comunque impensabile,
indipendentemente dal tipo di freno utilizzato, arrestare
una caduta importante senza uno scorrimento della corda nella
mano se non nei casi in cui la catena di sicurezza presenti
rinvii abbastanza angolati e forte attrito sulla roccia: diventa
pertanto quasi indispensabile l’uso di guanti salvo
bruciarsi le mani, specie in montagna.
Una considerazione particolare nella scelta del freno è
invece necessaria quando si opera con due mezze corde utilizzate
in modo alternato per ridurre l’attrito quando i rinvii
risultano alquanto angolati. In questo caso solo freni che
trattano le corde in modo indipendente (secchiello e piastrina
Sticht) possono evitare il danneggiamento delle corde (una
resta ferma nel freno mentrel’altra scorre) come potrebbe
avvenire se si usasse il nodo mezzo barcaiolo oppure l’otto.
Un altro aspetto operativo, nell’ottica di tenere bassi
i carichi nella catena di sicurezza, è quello di manovrare,
nel caso di assicurazione “classica” con il freno
all’altezza del petto: si evita così di gravare
con parte del peso sulla corda impugnata, generando forze
di frenata eccessive e quindi sollecitando oltre il dovuto
la catena di sicurezza.
Assicurazione “classica bilanciata” o ventrale?
Questo tipo di assicurazione presenta gli stessi svantaggi
dell’assicurazione ventrale mentre non gode di tutti
i benefici di quest’ultima: infatti presenta carichi
nella catena di sicurezza un po’ più elevati
di quest’ultima e pure corse della corda nel freno più
lunghe.
Pertanto, qualora si opti per un tipo di assicurazione che
prevede il sollevamento dell’operatore, l’assicurazione
“ventrale” è da preferirsi anche per una
migliore gestione della corda, aspetto molto apprezzato nell’arrampicata
sportiva.
6. Conclusioni
Il lavoro di indagine svolto sinora, anche se ulteriori analisi
e valutazioni sono tutt’ora in corso, porta a concludere
che non esiste una tecnica di assicurazione in assoluto migliore
delle altre, in quanto ognuna presenta aspetti sia positivi
sia negativi.
Così ad esempio si può affermare che:
in presenza di ancoraggi poco solidi (come può avvenire
su ghiaccio, roccia friabile ecc.) le tecniche di assicurazione
che consentono il sollevamento dell’operatore sollecitano
meno la catena di sicurezza; per contro il sollevamento violento
è certo e può essere attenuato con un triangolo
di sosta il più corto possibile compatibilmente con
una efficace ridistribuzione dei carichi sugli ancoraggi.
Si possono però presentare situazioni diverse per
priorità di esigenze: per esempio si può dire
che:
operando su terreno solido con ancoraggi sicuri (spit, fix
etc.) le tecniche che non prevedono il sollevamento dell’operatore,
pur sollecitando maggiormente la catena di sicurezza, sono
da preferire in quanto non coinvolgono l’assicuratore
e permettono corse limitate.
Ci possono anche essere casi limite in cui non è possibile
allestire una sosta con caratteristiche di tenuta bidirezionale:
in questo caso diventerà preferibile utilizzare l’assicurazione
ventralein quanto la contrapposizione del peso dell’assicuratore
diverrà l’unica possibilità. Per contro
ci si dovrà comunque aspettare un sollevamento notevole
giustificato solo dall’eccezionalità del caso.
Un punto resta senza equivoco valido per tutte le tecniche:
Per una buona tenuta è necessaria una sperimentata
capacità di modulare la frenata; questa richiede un
addestramento specifico e non casuale.
Solo la scelta oculata del modo migliore di operare, richiesto
dalla particolare situazione è in grado di mettere
la cordata nella condizione di muoversi in sicurezza.
Sicuramente altri argomenti sulle problematiche dell’assicurazione
meritano ulteriori approfondimenti, ad esempio il modo di
attrezzare una sosta: la Commissione Centrale Materiali e
Tecniche sta lavorando anche su questo.
Riferimenti
1. Rapporto “Assicurazione Dinamica: prove
sui freni alla Torre di Padova”, a cura della CCMT,
1994.
2. Filmato “Prove di Assicurazione Dinamica”,
a cura della CCMT, 1995.
3. Prove a Sottoguda 13-14/02/2000 (documentazione c/o CCMT).
4. Prove a Passo Rolle 25-26/07/1999; 25/09/1999 (documentazione
c/o CCMT).
5. Prove a Padova 1/3/1997; 25/10/1997; 28/2/1998; 7/3/1998;
3/6/2000; 3/12/2000 (documentazione c/o CCMT).
6. V. Bedogni, “Modello matematico della trattenuta
di una caduta con tecnica di assicurazione classica e ventrale”,
documentazione CCMT, 2000.
L'articolo è apparso su "La rivista del Club
Alpino Italiano", gennaio-febbraio 2002 (pag.77-83)
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