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CORDE E DINTORNI (II° Parte)
Decadimento delle prestazioni dinamiche delle corde per effetto
dell’usura
Giuliano Bressan e Gigi Signoretti (CCMT)
Note introduttive
Nella precedente articolo (vedi n° 255 della Rivista)
abbiamo preso in considerazione il decadimento delle proprietà
fisico-meccaniche dei filamenti di nylon che costituiscono
le moderne corde da alpinismo, causato sia per effetto dell’esposizione
ai raggi UV, sia per imbibizione con acqua. In questa seconda
parte, prenderemo invece in considerazione gli effetti dell’invecchiamento/usura
delle corde da alpinismo.
E’ questo un argomento molto sentito dagli utenti della
montagna, senza dubbio essenziale per quelle strutture che
operano fornendo servizi altamente professionali quali le
guide alpine, i volontari del Corpo Nazionale Soccorso Alpino
e Speleologico, gli istruttori delle Scuole di Alpinismo e
di Sci Alpinismo.
Cercheremo di affrontare l’argomento nella maniera
più semplice possibile al fine di chiarire alcuni aspetti
fondamentali del fenomeno (anche alla luce di recenti osservazioni
sperimentali condotte) e soprattutto di sgomberare il campo
da falsi preconcetti.
Possibili cause di invecchiamento
L’argomento si presenta assai complesso di quanto possa
sembrare e richiederebbe di essere affrontato con mezzi di
ricerca ben più cospicui di quelli che le varie associazioni
dell’UIAA (Unione Internazionale Associazioni Alpinistiche)
possono dedicargli. Bisogna considerare inoltre il fatto che,
almeno fino ad oggi, non si può contare sull’appoggio
di produttori di filato e costruttori di corde. Questi sono
i principali motivi per cui, pur essendo il problema allo
studio da oltre trent’anni e nonostante una notevole
accelerazione degli studi in tempi recenti, poco si è
concluso.
La Commissione Materiali e Tecniche del CAI ha comunque gradualmente
pubblicato l’informazione che si veniva elaborando;
ciò non solo allo scopo di far vedere agli utenti gli
sviluppi delle ricerche ma anche perché, data la complessità
dell’argomento, si è preferito diluirne l’esposizione
in modo che chi è veramente interessato possa meglio
apprezzare i vari aspetti del problema [1-2-3-4-5]. Per approfondire
la conoscenza del fenomeno la CMT ha inoltre programmato l’esecuzione
di una sperimentazione a largo respiro sia a livello di laboratorio
sia sul campo di utilizzo pratico, in montagna e/o in falesia.
E’ opportuno chiarire, per prima cosa, che parlare
di invecchiamento ed usura è un po’ improprio
perché solo di usura si tratta: una corda tenuta nel
cassetto in effetti non invecchia, nel senso che non si riduce
la sua resistenza originaria. Allo scopo sono state verificate
le prestazioni dinamiche - in termini di comportamento al
Dodero - di alcune corde tenute in casa, senza usarle, per
oltre15 anni. I risultati dei test (forza d’arresto,
numero di cadute, ecc.) hanno riportano infatti valori perfettamente
il linea con quelli esposti dalla casa costruttrice [5].
Dell’effetto della luce solare sulla resistenza delle
corde, a causa della radiazione ultravioletta (UV), abbiamo
già parlato nel precedente numero della Rivista.
Altri agenti atmosferici naturali potrebbero pure essere
chiamati in causa quali possibili responsabili dell’invecchiamento.
Gran parte della materia è già stata studiata
però dai stessi ricercatori che si sono occupati della
radiazione UV. Holker e altri (3) hanno riscontrato che gli
effetti di ossigenazione del polimero (contatto di aria ed
ossidanti con la fibra), del calore (sempre nel limite ragionevole
di temperature raggiunte naturalmente), dell’umidità
dell’aria e degli inquinanti presenti nell’aria
stessa sotto forma di gas sono senz’altro trascurabili
rispetto al quello della luce solare sul nylon. Inoltre i
pigmenti e gli additivi, usati dai costruttori per ridurre
l’effetto UV, sono stabilizzanti non solo nei confronti
di questa radiazione, ma anche nei confronti di questi altri
agenti atmosferici.
Ovviamente sono state affrontate, anche se non completamente,
le problematiche derivanti dalla sporcizia da agenti non naturali
e naturali. Compito molto arduo sarebbe dare una risposta
di validità generale; evidenziamo solamente che agenti
non naturali, potenzialmente in grado di provocare effetti
disastrosi e difficilmente prevedibili sulle corde, sono rappresentati
da: solventi chimici, acidi, esteri, ammidi, soluzioni saline,
prodotti petroliferi (benzine, gasolio, combustibili liquidi,
idrocarburi), adesivi e colle, agenti biologici (funghi, muffe).
E’ evidente come sia difficilmente quantificabile questa
tipologia di invecchiamento, comunque evitabile mediante una
buona conservazione ed un attento uso della corda. Si rammenta
come la corda rappresenti l’elemento più importante
della catena di sicurezza; è quindi necessario, oltreché
doveroso, devolvere la massima cura alla sua conservazione.
Richiamiamo inoltre l’attenzione al fatto che solventi
chimici sono normalmente contenuti in colle, pennarelli, detergenti
e similari. E’ pertanto da evitare il lavaggio della
corda con qualsiasi solvente diverso dall’acqua e l’uso
di qualsiasi marchingegno (per segnare la metà della
corda) che non sia perfettamente compatibile con il polimero.
Riguardo agli agenti naturali sappiamo come la corda, anche
a causa delle sue caratteristiche costruttive, sia in grado
di assorbire una grande quantità di sporcizia sotto
forma di cristalli presenti nel terreno e nell’aria.
Ma ancora una volta questo effetto da solo difficilmente spiegherebbe
l’invecchiamento delle corde, in quanto la sporcizia
viene accumulata solamente sulla calza e la sua diffusione
in profondità è quasi nulla in condizioni di
assenza di stress meccanico.
E’ l’usura il vero nemico della corda. I suoi
effetti, particolarmente intensi nelle discese a corda doppia
e nell’arrampicata in moulinette viene aggravato proprio,
come su esposto, dalla sporcizia (polvere abrasiva che penetra
nella corda, cristalli dovuti al sale portato dall’acqua
che poi evapora, altre cause per ora ignote). Tale fenomeno
viene esaltato, nelle corde doppie, dallo sfregamento delle
corde stesse sul discensore che, caricando di elettricità
statica la corda, permette alle particelle di venire maggiormente
attratte verso la corda. L’usura si concentra particolarmente
nella camicia della corda (come è noto le corde sono
costituite da due parti ben distinte: un agglomerato interno,
chiamato anima, ed un involucro esterno detto camicia). L’anima
è costituita da un insieme di trefoli (ossia un fascio
più o meno grosso di fili ritorti e/o intrecciati tra
loro) il cui numero varia a seconda del produttore (ad esempio
Roca impiega tre soli grossi trefoli mentre Beal, Edelrid,
Mammut, tanto per citarne solo alcuni, ne impiegano di più
sottili in un numero variabile da 8 a 15 a seconda del diametro
nominale della corda. La camicia presenta invece una costruzione
tubolare ottenuta per intreccio (tipo trama-ordito) di un
insieme di stoppini (il numero varia da 32 a 48) torsionati
tra loro; a seconda del compattezza e/o di rigidità
che si vuol conferire al manufatto la lavorazione può
essere eseguita a maglie più o meno strette. E’
da notare inoltre che i fili che costituiscono l’anima,
pur presentando all’incirca lo stesso spessore, si differenziano
da quelli della camicia sia per l’aspetto sia per le
caratteristiche meccaniche (in genere quegli interni sono
in genere di colore bianco ed abbastanza elastici - colorati
e un po’ più rigidi quegli esterni).
Facciamo presente che la maggior parte degli utilizzatori
delle moderne corde da arrampicata è purtroppo ancora
oggi convinta che solo l’anima della corda sarebbe deputata
ad assorbire l’energia generata in una caduta, mentre
la camicia svolgerebbe principalmente un ruolo di protezione
e di contenimento. Uno studio svolto dalla CMT ha invece dimostrato
come la camicia ha nella resistenza di una corda un ruolo
ben più importante. Entrambi i componenti (camicia
e anima) contribuiscono, infatti, all’assorbimento di
energia, pur deformandosi con modalità diverse per
effetto delle loro differenti caratteristiche costruttive.
Appare evidente come quanto maggiore è il numero di
filamenti che forma la camicia, tanto più elevato sarà
il contributo dato dalla camicia stessa in termini di resistenza
alla rottura quando la corda viene sottoposta a trazione (vedi
Tab. 1).
A questo proposito vediamo di formulare alcune ipotesi, cercando
per quanto possibile di verificarle con alcune osservazioni
sperimentali esistenti. Le possibili cause di invecchiamento
vanno ricercate nel deterioramento dei materiali che compongono
la corda oppure nella modificazione della struttura della
corda stessa. Vediamo di individuare alcune ragionevoli fonti
di invecchiamento, e di discutere i vari effetti, per quanto
possibile separatamente.
Effetto della temperatura
Una prima causa di variazione di cristallinità in un
polimero è un’esposizione ad alta temperatura
(attorno ai 100-140 C) in condizioni di tensione nella corda.
In queste condizioni la cristallinità aumenta per varie
cause: ulteriore allineamento dei cristalliti favoriti dalle
alte temperature; minore viscosità del solido; degrado
ossidativo del polimero stesso.
Queste sono condizioni che raramente si verificano in una
corda, ma alle quali, nell’uso comune ci si avvicina
come nel caso di lunghe e veloci corde doppie e soprattutto
nel caso di trattenuta di un forte strappo generato in una
caduta. Il primo caso è in corso di studio e si sta
cercando di quantificare il danno subito da un discensore
‘dimenticato’ sia sotto, che senza, tensione.
Stress meccanico
Le prove dell'ing. Zanantoni descritte sopra hanno dimostrato
che l’effetto dello stress meccanico da solo non riesce
a giustificare il degrado delle corde (vedere le conclusioni
di Costacciaro). C’è però da distinguere
tra stress meccanico di lieve entità, persistente nel
tempo, e choc meccanico provocato da caduta. In quest’ultimo
caso il decadimento delle proprietà di una corda è
garantito e può essere anche di notevole entità.
Le principali ragioni di questo decadimento possono ascriversi
alle alte temperature raggiunte localmente ed ai notevoli
sconvolgimenti della struttura della corda, più che
ad un degrado proprio del polimero.
Le prove sperimentali
Alla luce dei risultati esposti in precedenza, risulta abbastanza
logico che alcuni ricercatori si siano cimentati in prove
sperimentali dirette sulle corde da alpinismo. Si è
già parlato delle prove dell'ing. Zanantoni, mai pubblicate,
ma estremamente interessanti per spiegare come il semplice
passaggio attorno ad un perno (fatica del materiale ed irraggiamento
da UV) non siano sufficienti a giustificare il degrado della
corda. Si è già riportato delle affermazioni
delle case costruttrici e si è accennato ai risultati
ottenuti dal gruppo di lavoro di Costacciaro.
Probabilmente i risultati più interessanti sul fenomeno
sono stati ottenuti da Pit Schubert (5) e sono riassunti nella
figura 5 dove viene diagrammata una resistenza meccanica convenzionale
della corda (ottenuta mediante una prova a rottura su spigolo)
in funzione dell’uso (espresso in metri di arrampicata)
per diverse condizioni di utilizzo. I punti sono divisi secondo
le modalità di utilizzo (corda doppia, arrampicata,
entrambe) e dell’ambiente di utilizzo (calcare di Arco,
granito).
- Figura 5: degrado delle caratteristiche meccaniche di una
corda con l’uso espresso in metri di arrampicata
La scelta di Schubert di utilizzare resistenza a trazione
su spigolo può essere criticata o condivisa, ma in
questa sede non è importante in quanto risponde, in
prima approssimazione, al degrado subito dalla corda. Inoltre
questa prova è molto vicina alle condizioni di vera
rottura delle corde in montagna.
Risulta evidente dal diagramma che l’effetto dello
stress realmente subito dalla corda è preponderante
per il decadimento delle sue caratteristiche meccaniche sia
derivi dall’uso come corda doppia che dall’uso
in arrampicata (sfregamento su parete e su moschettoni).La
seconda conclusione che possiamo trarre dall’analisi
delle prove di Schubert è che si ottengono curve di
decadimento diverse a seconda dell’ambiente in cui la
corda è stata preponderantemente usata: molto maggiore
l’effetto in ambiente granitico che calcareo. Se combiniamo
questa osservazione con quella dell'ing. Zanantoni, che l’effetto
stress da solo non porta a decadimento, possiamo concludere
che la causa di invecchiamento delle corde da alpinismo è
un effetto combinato di stress e sporcizia naturale.
Un ipotesi di meccanismo di invecchiamento delle corde
Alla luce dei risultati e delle considerazioni esposte, risulta
ragionevole supporre che il principale meccanismo di invecchiamento
delle corde sia il seguente. Inizialmente la corda, a causa
del suo sfregamento e mediante contatto con la parete si carica
di particelle: microcristalli e polveri finissime. Tali particelle
riescono poi a diffondere nella matrice della corda, a causa
dell’effetto di compressione e di trazione che le fibre
subiscono in un passaggio attorno ad un perno. Infatti, durante
il passaggio attorno ad un perno si realizza una notevole
distorsione della struttura interna dei trefoli e dei monofilamenti.
Tale distorsione è facilitata della presenza dei cristalli
che sono penetrati attraverso la calza fino all’anima
e dentro alla medesima. Le particelle nella loro diffusione
alterano la struttura della corda in diversi modi. Il più
importante è senz’altro quello di realizzare
delle micro cricche (6); queste sotto tensione, possono propagarsi
localmente fino a rendere il materiale meno resistente, ma
possono anche, con la loro intrusione, modificare localmente
la struttura dei trefoli e quindi, per quanto visto in precedenza,
le caratteristiche meccaniche e di deformabilità della
corda. Un’ulteriore effetto, riconducibile direttamente
all’effetto di inclusione descritto sopra, è
il possibile aumento della cristallinità globale della
corda dovuto alla intrusione di materiale altamente cristallino
(microcristalli) in una matrice avente un certo grado di cristallinità
minore del 100%. Inoltre, l’intrusione di particelle
estranee modifica la conducibilità termica globale
della corda favorendo gli aspetti di degrado termico (4).
E’ conveniente notare anche che un aumento della temperatura
favorisce il fenomeno di degradazione in quanto aumenta il
volume della corda e diminuisce la viscosità del solido,
portando in definitiva ad una maggiore mobilità dei
cristalliti nella corda e rendendo la struttura meno ordinata.
Durante il passaggio attorno ad un perno avviene di fatto
un aumento di temperatura dovuto ai fenomeni di attrito, localizzato
proprio sul punto di istantaneo scorrimento e flessione della
corda.
L’ambiente in cui viene utilizzata la corda ha la sua
importanza, in quanto in ambiente granitico, i monocristalli
di silicato di allumina che risultano molto duri e fragili,
modificano la struttura in maniera notevole, favorendo anche
l’effetto di generazione delle microcricche. In ambiente
calcareo o dolomitico, i cristalli di calcite sono i maggiori
responsabili della degradazione, ma anche l’interstizione
di sali di calcio e magnesio penetrati per effetto dilavante,
cioè trascinati dall’acqua e poi depositati nella
corda dopo evaporazione possono essere ritenuti corresponsabili.
Date le caratteristiche diverse dei cristalli, risulta spiegabile
il maggior invecchiamento causato dell’ambiente granitico
rispetto all’ambiente calcareo, come evidenziato dalla
figura 5 Infine, alla luce di questa teoria possono essere
interpretati anche i risultati riportati in tabella 1 e in
figura 2 e 3 della maggiore degradazione delle corde in ambiente
salino. Infatti il cloruro sodico, senz’altro presente
in tale ambiente, viene trasportato all’interno della
corda per azione dell’acqua e dopo essiccamento rimane
confinato nella corda sotto forma di cristallo cubico a facce
centrate con spigoli vivi. La sua presenza riduce quindi,
alla luce della teoria su esposta le caratteristiche globali
della corda.
Conclusioni
Le prove fatte e il meccanismo esposto permettono di trarre
alcune importanti conclusioni sul tema così scottante
dell’invecchiamento delle corde.
L’irraggiamento UV non è il responsabile dell’invecchiamento,
così come non lo sono altri agenti naturali quali l’umidità,
il calore, i gas presenti in atmosfera, ecc. Maggiori studi
dovrebbero essere svolti per definire meglio l’effetto
di un forte calore localizzato sulla corda (effetto discensore).
Neanche la sporcizia, così come lo stress (passaggio
attorno ad un perno) riescono da soli a spiegare i risultati
sperimentali ottenuti in prove sul campo o in laboratorio.
Solo l’effetto combinato, quindi contemporaneo, dello
stress e della sporcizia riesce ad interpretare i risultati
sperimentali ottenuti.
Mi sento quindi di dare alcuni suggerimenti a me stesso, ai
colleghi alpinisti ed a tutti gli utenti della montagna sensibili
a questi problemi.
L’accumulo nella corda di un grande quantità
di microcristalli è la fonte principale del degrado
di una corda. L’accumulo dei microcristalli all’interno
della corda però, avviene solo se la corda è
sottoposta ad uno stress meccanico, anche di non forte entità.
Quindi una corda, se utilizzata evitando di sottoporla a forti
stress dura molto, anche se usata in ambienti in cui il calore,
la sporcizia naturale, i raggi UV sono notevoli. Viceversa,
una corda sottoposta a notevoli stress ed utilizzata in ambiente
in cui riesce a sporcarsi può ridurre le sue caratteristiche
in breve tempo. Le peggiori condizioni di usura per una corda,
in base alle considerazioni finora esposte ed anche alla luce
di alcune esperienze personali, è proprio l’uso
in palestre dove di norma si arrampica assicurando dal basso
(moulinette), peggio se in ambiente salino per vicinanza del
mare.
Pertanto le corde usate esclusivamente per alpinismo classico
possono ritenersi longeve, mentre quelle utilizzate in palestra
dovrebbero essere sostituite più frequentemente; consiglio
quindi di non utilizzare la stessa corda per le attività
di montagna e di palestra. Una buona conservazione ed un uso
accorto della corda sono comunque da ritenersi indispensabili
per evitare che la stessa venga a contatto con sostanze che
potrebbero danneggiarla irreversibilmente.
La Commissione Centrale Materiali e Tecniche, in collaborazione
con la Commissione Interregionale Materiali e Tecniche V.F.G.,
sta svolgendo un notevole lavoro per riuscire a rispondere
in maniera più quantitativa ai quesiti di partenza
di questo lavoro. Al momento attuale il grafico di Schubert
parla molto chiaro: in condizioni di usura massima, una corda
perde circa il 50% delle sue caratteristiche in termini di
resistenza a trazione su spigolo dopo 5000 metri di utilizzo.
Questo risultato sperimentale dovrebbe far riflettere gli
utilizzatori delle corde da alpinismo e speleologia. Riprendendo
infine un concetto espresso in apertura, l’invecchiamento
di una corda si riflette sia nel degrado della capacità
di assorbire energia che nella sua resistenza a strappo su
spigolo, rendendone il suo utilizzo pericoloso per chi cade
e per chi assicura.
Bibliografia
[1] Pierangelo Bellotti - Quanto dura una corda d’alpinismo?
- La Rivista del CAI, maggio-giugno 1995
[2] Maurizio Fermeglia - Invecchiamento delle corde da alpinismo
- Le Alpi Venete, primavera-estate 1995
[3] Holker, J.R., Vevers, B. and Warwicker J.O. - Effetts
of Ultraviolet Radiation and Sea Water on Polyester and Polyammide
Yarns - Trans. I.Mar.E (c) Vol 97, conf. 2 Paper 26 and Reinert
G., Photostability of Polyamide Fibres, Melliand Textilberichte
69 (1988) pp. 58-64
[4] Gigi Signoretti - Senza una camicia coi baffi… non
ci rimane che l’anima! - La Rivista del CAI, maggio-giugno
1997
[5] Gigi Signoretti - Fino a che punto è lecito “alleggerire”
la sicurezza? - La Rivista del CAI, luglio-agosto 1997
[6] Carlo Zanantoni - Le corde nel cassetto - La Rivista del
CAI, marzo-aprile 1997
[7] Pit Schubert - Was halten nasse und vereiste Seile? -
Sicherheitskreis im DAV; Tätigkeitsbericht 1971-1973
Note
[a] La poliammide 6 (o nylon-6) è un prodotto
sintetico che si ottiene per polimerizzazione del caprolattame,
un’ammide ciclica a 6 atomi di carbonio. Come altre
poliammidi (quali il nylon-6.6, ottenuto da acido adipico
ed esametileniammina, entrambi a 6 atomi di carbonio, donde
6.6 appunto), il nylon 6 è caratterizzato da notevoli
proprietà di resistenza alla trazione abbinate ad una
elevata elesticità, per cui ha trovato larghissimo
impiego nel settore tessile. La fibra che se ne ricava ha
il nome commerciale di Perlon.
[b] Il Dodero è l’apparecchiatura utilizzata
per valutare certe prestazioni della corda e convenzionalmente
determinarne, in base al numero delle cadute sostenute in
condizioni controllate di temperatura (20°C) e di umidità
relativa (65%), la resistenza dinamica. Per ottenere l’omologazione,
secondo le norme CEN, una corda semplice deve resistere senza
rompersi ad almeno 5 cadute, producendo uno sforzo massimo
alla prima caduta non superiore a 1200 daN. Il test viene
eseguito facendo cadere ad intervalli regolari di 5 minuti,
per un’altezza totale di 4.6 m, una massa di 80 kg legata
all’estremità di uno spezzone di corda lungo
2.5 m; l’altra estremità dello spezzone è
bloccata ad un ancoraggio e passa attraverso un foro calibrato,
di caratteristiche simili a quelle di un moschettone (punto
di rinvio sul quale in genere avviene la rottura della corda),
situato poco sopra l’ancoraggio stesso.
Ringraziamenti
L’autore ringrazia per la cortese collaborazione
il Direttore del Laboratorio del Dipartimento di Costruzioni
e Trasporti dell’Università di Padova, presso
il quale sono stati eseguiti i test al Dodero. Un grazie riconoscente
va inoltre ai colleghi del CAI-CMT Lorenzo Contri e Carlo
Zanantoni per i preziosi consigli e gli utili suggerimenti
forniti per la stesura del presente articolo.
L'articolo è apparso su "La rivista della Montagna", n° 256 aprile 2002
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