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CORDE E DINTORNI (I° Parte)
Decadimento delle
prestazioni dinamiche delle corde per effetto dell’acqua
e della luce solare
Gigi Signoretti (CCMT)
Note introduttive
Come è noto, le moderne corde per alpinismo sono costruite
con una struttura del tipo calza-anima e sono costituite da
sottili fili continui di nylon - in prevalenza poliammide
6 [a] - aventi spessore di circa 30 micron (ossia 30 millesimi
di millimetro, vale a dire la metà di un normale capello).
Una corda “semplice” ne può contenere fino
a 60-70 mila [1].
La scelta dei filamenti di nylon per la costruzione di corde
in generale e delle corde per alpinismo in particolare è
dovuta alle eccellenti proprietà tensili di queste
fibre sintetiche: notevole resistenza alla trazione abbinata
ad elevato allungamento a rottura, buon recupero elastico
(ossia sostanziale mantenimento delle proprietà fisico-meccaniche
e dimensionali anche dopo sollecitazioni relativamente elevate),
ottima maneggevolezza che si traduce in buona funzionalità.
Tuttavia, per quanto concerne l’impiego in campo alpinistico,
non si può certo dire di essere al top. È ben
noto infatti come le proprietà tensili dei fili di
nylon decadano fortemente quando sono sottoposti a compressioni
laterali (effetto nodo, spigolo, ecc.), come essi si rompano
facilmente per semplice sfregamento sulla roccia (scarsa resistenza
all’abrasione), come le loro caratteristiche fisico-meccaniche
vengano sensibilmente modificate dall’azione delle radiazioni
ultraviolette che sono presenti nella luce solare, come l’acqua
diminuisca il numero di cadute sopportate dalla corda al Dodero
[b].
Sulla base di queste considerazioni, la Commissione Materiali
e Tecniche del CAI ha voluto approfondire la conoscenza di
alcuni di questi comportamenti (comuni a quasi tutte le fibre
sintetiche e poco studiati per quanto riguarda i materiali
alpinistici) programmando l’esecuzione di una sperimentazione
a largo respiro sia a livello di laboratorio che di utilizzo
pratico sul campo, ossia in montagna e/o in falesia.
Corde e luce solare: una questione di... colore.[2]
Come accennato nella nota introduttiva, l’esposizione
al sole dei filamenti di nylon provoca un decadimento irreversibile
delle loro proprietà fisico-meccaniche a causa di fenomeni
che vengono attivati dalle radiazioni ultraviolette presenti
nella luce solare. Si tratta di processi foto-ossidativi che
modificano permanentemente la struttura chimica della macromolecola,
poiché si innesca la cosiddetta depolimerizzazione
(ossia una sorta di disgregazione della catena polimerica
di cui il nylon è costituito) che determina una perdita
di resistenza e di elasticità del materiale. Questi
effetti possono essere riprodotti anche in laboratorio usando
idonea luce artificiale.
è possibile limitare tali inconvenienti mediante una
opportuna stabilizzazione fotochimica dei filamenti di nylon,
che può essere eseguita utilizzando degli UV-protettori
analoghi a quelli delle creme solari (ossia prodotti che agiscono
come filtri protettivi con effetto schermante per le radiazioni
di determinate lunghezza d’onda), oppure con idonei
prodotti antiossidanti[3] [4].
Si tratta comunque di processi - quello di fotodegradazione
del nylon e della sua stabilizzazione - che, per quanto molto
studiati, sono assai complessi e difficili da prevedere appieno
nel loro decorso. Per quanto riguarda poi i materiali impiegati
nel settore alpinistico, le conoscenze sono alquanto scarse,
tanto che l’alpinista non è assolutamente in
grado di dar risposta a domande del tipo: di che entità
può essere il decadimento delle caratteristiche meccaniche
dei filamenti della camicia e dell’anima delle corde
per effetto della luce solare? Quanto può influire
tale decadimento sulla rapidità di usura della corda
e sul suo comportamento in campo dinamico?
La sperimentazione sul campo
Per dare risposta a questi e ad altri interrogativi, è
stata programmata un’ampia sperimentazione nel corso
della quale corde per alpinismo di cinque diversi produttori,
scelte tra quelle maggiormente in uso, sono state esposte
sia alla luce artificiale che alla luce solare naturale.
L’esposizione alla luce artificiale è avvenuta
all’interno di una apparecchiatura normalmente utilizzata
nei laboratori specializzati per test di degradazione fotochimica
accelerata, il cosiddetto xenotest. Tale apparecchiatura è
essenzialmente costituita da una lampada allo xeno il cui
spettro di emissione è praticamente identico a quello
solare, mentre realizza sui campioni una illuminazione all’incirca
10 volte maggiore di quella ottenibile dalla luce del sole
al livello del mare.
L’esposizione alla luce solare è stata invece
eseguita in quota ai 2550 m del rifugio Kostner al Vallon
(gruppo di Sella) ed ai 1834 m del rifugio Carestiato (gruppo
della Moiazza), ossia in una fascia di altitudine certamente
rappresentativa di una zona dell’arco alpino assai frequentata
dagli arrampicatori quale le Dolomiti. Spezzoni lunghi 15-16
m delle cinque corde in esame sono stati disposti a spirale
all’interno di un supporto metallico del diametro di
circa 1 m costituito essenzialmente da una gabbia a rete d’acciaio.
Ne è risultata un’opera di “arte povera”
(vedi foto) che è stata esposta sulla facciata sud
dei rifugi per tutta la stagione estiva, vale a dire da fine
giugno a fine settembre. Nell’intento di assicurare
una esposizione uniforme delle corde su tutta la loro superficie,
durante questo periodo i gestori del rifugio [c] si sono gentilmente
prestati a ruotare di mezzo giro la gabbia una volta alla
settimana.
A fine stagione sono state determinate sia le prestazioni
al Dodero degli spezzoni, sia le caratteristiche meccaniche
dei filamenti della camicia e dell’anima (quest’ultima
già prevedibilmente poco interessata all’effetto
UV perché protetta dalla camicia).
I risultati in sintesi
La prima osservazione - quella visiva - ha consentito di
evidenziare che le corde si decolorano molto più rapidamente
per effetto della lampada allo xeno piuttosto che della luce
solare (cfr. tav. 1); che tutti i colori di certe corde sbiadiscono
in modo uniforme mentre per altre c’è una degradazione
differenziata, nel senso che in una stessa corda alcuni colori
rimangono stabili, altri spariscono completamente (tav. 2);
che le corde esposte ai 2550 m del rifugio Kostner si scolorano
di più rispetto a quelle esposte ai 1834 m del rifugio
Carestiato (tav. 3).
è stato anche rilevato che sussiste una certa correlazione
tra decolorazione del filamento e decadimento di proprietà
meccaniche: tanto più il colore del filo sbiadisce,
tanto maggiore è il decadimento di caratteristiche
meccaniche, con un effetto che sembra colpire prevalentemente
i colori brillanti ed i colori-moda quali il verde acido o
il fucsia. Si ritiene che tale fenomeno possa essere determinato
sia da una non meglio precisata azione catalitica dovuta alla
struttura chimica del colorante, peraltro descritta anche
in letteratura [5], sia dalla scarsa solidità alla
luce del colorante stesso che, sbiadendo, perde progressivamente
il suo potenziale effetto di filtro per la radiazione UV.
In tema di decadimento di caratteristiche meccaniche per
effetto dell’esposizione alle radiazioni UV - sia che
si tratti di luce naturale (sole e intemperie) o di luce artificiale
(xenotest) - si osserva che, pur procedendo a velocità
diverse, il comportamento è abbastanza simile, nel
senso che in entrambi i casi le proprietà meccaniche
dei filamenti dell’anima di tutte le corde in esame
decadono in modo sensibilmente più uniforme e soprattutto
più contenuto rispetto a quello dei fili della camicia.
Si ritiene che questa disomogeneità di comportamento
e di maggior sensibilità alla luce da parte dei fili
della camicia possano derivare, oltre che dall’esposizione
diretta al sole, anche dalle caratteristiche dei coloranti
presenti sui fili stessi, come accennato in precedenza; per
contro, la maggior stabilità dei filamenti dell’anima
sarebbe un effetto dello schermaggio operato dalla camicia.
Per quanto concerne la velocità di fotodegradazione,
si stima che un giorno di xenotest produca gli stessi effetti
di 5¸10 giorni di esposizione al ciclo della luce solare
(cfr. grafici di fig. 1a e 1b, che consentono anche di trarre
una valutazione del fenomeno in termini quantitativi).
La domanda che ci si può porre a questo punto - ed
è ciò che maggiormente interessa agli alpinisti!
- è in che termini il decadimento delle caratteristiche
meccaniche dei filamenti possa influire sul numero di cadute
sopportate dalla corda al Dodero. La risposta la troviamo
nel grafico di fig. 2, dal cui esame appare evidente come
- malgrado la notevole dispersione dei dati disponibili -
la linea di tendenza sia ben chiara: ad un decadimento di
caratteristiche meccaniche tutto sommato contenuto (ad es.:
10%) corrisponde infatti una notevole riduzione del numero
di cadute (ca. 50%). Un andamento che può sembrare
sorprendente, dunque, benché solo in apparenza, considerata
la complessità dei meccanismi che lo regolano.
Questo comportamento trova chiara evidenza nella tabella
1, nella quale vengono presentati i risultati del test Dodero
(forza d’arresto, numero di cadute e loro decadimento
percentuale) eseguito sugli spezzoni di corda esposti sia
al rif. Kostner che al rif. Carestiato rispetto a quelli delle
corde nuove. In particolare, dall’esame dei risultati
ottenuti si osserva che - dopo circa tre mesi di esposizione
al rif. Kostner - le corde in esame sono ancora in grado di
sopportare, mediamente, il 65% del numero di cadute iniziale;
quelle esposte al rif. Carestiato, invece, mantengono mediamente
l’85% di resistenza dinamica residua. Rispetto alle
prestazioni rilevate ai 2550 m del rifugio Kostner, dunque,
quelle riscontrate ai 1834 m del rifugio Carestiato mostrano
un decadimento assai più contenuto, conformemente alla
minore intensità della radiazione UV alle quote inferiori.
Da precisare, infine, che nel caso di corde di ottima qualità
come quelle in esame (cioè corde in grado di sopportare,
da nuove, almeno 9-10 cadute al Dodero) lo “stato di
salute” generale dopo tre mesi di esposizione si mantiene
ancora sufficientemente buono, tanto che il numero di cadute
sostenute è rimasto superiore a 5, valore minimo prescritto
per le corde nuove dalla normativa vigente.
Per quanto riguarda i dati di forza d’arresto al Dodero
(ossia lo sforzo massimo registrato alla prima caduta), si
segnala che non si sono riscontrate differenze significative
tra quelle rilevate sulle corde nuove rispetto a quelle degli
spezzoni esposti al sole ed alle intemperie. Il fatto che
(almeno nelle condizioni in esame!) tale parametro sia scarsamente
influenzato dalle modificazioni che la corda subisce per effetto
UV starebbe ad indicare che la deformabilità della
corda, e quindi la capacità di assorbire energia, alla
prima caduta, rimane pressoché invariata. Si ritiene
invece che aumenti la fragilità dei loro filamenti,
che si manifesta appunto con una diminuzione del numero di
cadute sopportate. Di qui l’ipotesi che il progressivo
infragilimento dei fili per esposizione alla luce si ripercuota
poi - durante la normale pratica alpinistica - anche in una
sempre più scarsa resistenza all’abrasione, già
scadente di per sé, con conseguente maggior facilità
di rottura sia dei filamenti della camicia (sfregamento sulla
roccia) che di quelli dell’anima (azione di microcristalli
rocciosi che penetrano all’interno della corda).
L’acqua che non ti aspetti. [6]
Il problema del decadimento di prestazioni delle corde bagnate
e ghiacciate era già stato affrontato a fine anni sessanta
dallo spagnolo Josè A. Odriozola e, qualche anno dopo,
da Pit Schubert, responsabile per la sicurezza per il Club
Alpino Tedesco (DAV). I risultati allora ottenuti possono
considerarsi abbastanza in linea con quelli qui presentati.
In particolare, in due suoi studi eseguiti su corde inzuppate
d’acqua e poi ghiacciate, Odriozola rilevò una
riduzione della resistenza statica dell’ordine del 30%
rispetto a quella iniziale della corda asciutta[7] [8]. Il
timore che analoghe riduzioni potessero verificarsi anche
per corde semplicemente bagnate, indusse la ditta austriaca
Teufelberger ad eseguire prove, questa volta dinamiche al
Dodero, su corde solo bagnate; risultato: corde che, asciutte,
sopportavano 2 cadute (un valore che rispettava il limite
richiesto per le corde dell’epoca!), resistevano soltanto
ad 1 oppure a nessuna dopo essere state bagnate [9].
Al fine di approfondire tali conoscenze, nel corso dello
studio qui descritto è stata eseguita una serie di
test su corde “semplici” diametro 10.5 mm di tre
diversi produttori, sia nuove che usate, in versione normale
e “dry” (ossia protette superficialmente con sostanze
idrorepellenti), andando a verificare le loro prestazioni
dinamiche - in termini di comportamento al Dodero - su spezzoni:
non trattati (riferimento);bagnati(a temperatura ambiente);inzuppati
d’acqua e poi ghiacciati; bagnati e poi essiccati. Il
tempo di imbibizione con acqua è stato fissato in 48
ore. Dopo ogni trattamento sono state rilevate, ove possibile,
anche le variazioni di peso e di lunghezza di ciascun spezzone
per verificare l’esistenza di eventuali correlazioni
con le prestazioni ai test dinamici.
Inoltre, allo scopo di verificare l’eventuale importanza
dei tempi di imbibizione con acqua e/o della temperatura di
congelamento, sono stati eseguiti test anche su corde trattate
in condizioni più affini alla normale pratica alpinistica,
ossia dopo immersione per un paio d’ore in acqua e persino
dopo un breve trattamento con spruzzi d’acqua sotto
la doccia. è stato infine studiato l’effetto
di numerosi cicli consecutivi di ammollo-essiccamento, sia
asciugando le corde al coperto (come viene di norma raccomandato)
che esponendole alla luce solare diretta.
Esame dei risultati
I risultati ottenuti, riportati in tabella 2, mettono in
evidenza l’allarmante effetto dell’acqua sulle
prestazioni dinamiche della corda. Si può infatti affermare
che la presenza di acqua abbassa notevolmente il numero di
cadute sopportate al Dodero, riducendolo all’incirca
a 1/3 delle cadute iniziali. Tale decadimento di prestazioni
è stato riscontrato indifferentemente sia sulle corde
nuove che in quelle usate, e sia che fossero state trattate
o meno con sostanze idrofobe (l’additivo idrorepellente
impedisce all’acqua di fermarsi in superficie ma non
di diffondersi all’interno della struttura polimerica
della fibra). È infine interessante rilevare come l’effetto
dell’acqua si faccia sentire anche nel caso di tempi
di immersione relativamente brevi (2 ore) e - seppur in modo
meno accentuato - persino per effetto di una semplice spruzzata
d’acqua.
Tale comportamento sarebbe in accordo con quanto descritto
in letteratura [10], secondo cui la presenza di acqua nel
nylon abbasserebbe notevolmente la Tg [d], o glass temperature,
ossia la temperatura di transizione vetrosa del materiale;
in pratica, l’acqua agirebbe come un vero e proprio
plastificante, poiché andrebbe a modificare profondamente
sia la mobilità della parte amorfa della macromolecola,
sia la tipica temperatura di rilassamento meccanico del materiale.
Ciò significa - come viene ribadito in letteratura
[10] - che “aggiungere acqua al nylon è equivalente
ad elevarne la temperatura di un notevole gradino”;
in altre parole: eseguire il test Dodero a temperatura ambiente
su una corda bagnata sarebbe equivalente a testare una corda
asciutta a 70-80°C, condizioni - queste ultime - che molto
verosimilmente determinano un decadimento delle prestazioni!
È stato inoltre riscontrato un sensibile aumento (5-10%)
della forza d’arresto alla prima caduta, come se la
corda fosse diventata “più rigida” di quella
asciutta. Ciò potrebbe essere imputato, oltre che a
fenomeni di attrito filo-filo (da non sottovalutare in presenza
d’acqua), anche all’allungamento - mediamente
del 3-5% - riscontrato sulle corde bagnate subito dopo l’estrazione
dall’acqua (una corda già un po’ allungata
potrebbe essere meno deformabile; bisogna pensare che al Dodero
la corda si allunga del 30-35% e quindi quel 3-5% perso potrebbe
in qualche modo essere influente).
Per quanto riguarda le corde ghiacciate, invece, i risultati
sono stati sensibilmente migliori rispetto a quelli delle
corde bagnate; è stato infatti rilevato un decadimento
più contenuto (ca. il 50%) delle prestazioni dinamiche
che si accompagna ad un abbassamento (10% mediamente) della
forza d’arresto alla prima caduta. Si precisa però
che tali dati vanno interpretati con spirito critico, in quanto
- durante l’esecuzione del test - si è potuto
disporre di corde ghiacciate solo nella fase iniziale, mentre
nella parte finale è stato giocoforza operare con corde
bagnate, ossia con corde che si sono scongelate sia per effetto
del calore sviluppato ad ogni caduta, sia per l’effetto
della tamperatura dell’ambiente circostante (20°C).
Alla luce di queste considerazioni, non è proprio
improponibile ipotizzare che, riuscendo a mantenerle congelate
per tutta la durata del test, le prestazioni delle corde ghiacciate
sarebbero forse state ancora migliori, se non addirittura
su livelli analoghi a quelli delle stesse corde asciutte!
Lo spezzone verrebbe infatti testato ad una temperatura in
cui la struttura cristallina del materiale bagnato - e in
particolare la mobilità della parte amorfa - sarebbe
equivalente a quella che il materiale asciutto presenta a
temperatura ambiente.
Infine, i risultati delle prove di essiccamento sono da considerarsi
senz’altro confortanti per gli alpinisti. Dopo essere
state bagnate ed asciugate, le corde riprendono infatti completamente
(o quasi) le loro caratteristiche, come descritto per il nylon
in letteratura. Il numero di cadute sopportate al Dodero si
riporta sostanzialmente sui valori iniziali, mentre la forza
d’arresto diminuisce un po’, in accordo col fatto
che la corda risulta essersi leggermente accorciata (retrazione
del 4%).
È inoltre interessante rilevare che il recupero delle
prestazioni iniziali è garantito anche dopo numerosi
cicli di ammollo-essiccamento, purché le corde vengano
asciugate in luogo fresco, ventilato ed al riparo dal sole;
per contro, se l’essiccamento viene effettuato alla
luce solare, si osserva un notevole decadimento delle prestazioni
della corda al Dodero, evidentemente per il deleterio effetto
delle radiazioni UV descritto in precedenza. Al riguardo,
si ricorda che l’esposizione diretta al sole s’è
svolta complessivamente nell’arco di quattro settimane,
ossia un tempo sufficientemente lungo perché i suddetti
fenomeni producano i loro tangibili effetti.
Conclusioni
Al termine di questa disamina, ci si augura che anche il
lettore poco attento abbia recepito la portata e l’importanza
dei fenomeni che sono stati descritti. Dovrebbe preoccupare
soprattutto il fatto che la presenza di acqua e/o ghiaccio
nelle corde per alpinimo possa determinare un notevole cambiamento
delle loro prestazioni, al punto che anche una corda considerata
in buone “condizioni di salute”, magari perché
si ritiene che - seppur usata - sostenga ancora 4-5 cadute
al Dodero quando è asciutta, può sopportarne
appena 1 o 2 se si è semplicemente inzuppata d’acqua
in seguito ad un improvviso acquazzone, un evento che in montagna
può sempre capitare. Meno critico sembrerebbe, per
contro, l’effetto della luce solare; in realtà,
si ritiene che l’infragilimento dei fili dovuto all’azione
delle radiazioni UV accentui la loro già scadente resistenza
all’abrasione, favorendo così la rottura dei
filamenti della camicia per sfregamento sulla roccia e di
quelli dell’anima per azione dei microcristalli; senza
contare il deleterio effetto dei discensori e/o dei freni
per l’assicurazione dinamica. Ma questo sarà
un aspetto - quello dell’usura nel senso globale del
termine - che verrà affrontato nel seguito del presente
articolo.
L’alpinista deve quindi cominciare a convincersi che
è necessario utilizzare corde non solo in buone, bensì
in ottime condizioni, e quindi sarà giocoforza sostituire
la propria cara, vecchia corda molto più di frequente
di quanto normalmente si faccia!
Bibliografia
[1] Gigi Signoretti - Senza una camicia coi baffi…
non ci rimane che l’anima! - La Rivista del CAI, maggio-giugno
1997, pp. 103-106
[2] Gigi Signoretti - Corde e luce solare: una questione di...
colore! - La Rivista del CAI, luglio-agosto 1999, pp. 76-84
[3] Encyclopedia of polymer science and technology, vol. 10,
Norbert M. Bikales ed.
[4] Kirk-Othmer, Encyclopedia of Chemical Technology, vol.
16, Anthony Standen ed.
[5] G. Reinert, Photostability of polyamide fibres, Melliand
Textilberichte 69 (1988), pp. 58-64
[6] Gigi Signoretti - L’acqua che non ti aspetti - La
Rivista del CAI, gennaio-febbraio 2001, pp. 74-79
[7] Josè A. Odriozola - Estudios previos para ensayos
de cuerdas a baja temperatura - Revista Peñalara, abril-junio
1968, pp. 37-40
[8] Josè A. Odriozola - Comportamiento de una cuerda
de montaña a baja temperatura - Revista Peñalara,
enero-marzo 1969, pp. 14-21
[9] Pit Schubert - Was halten nasse und vereiste Seile? -
Sicherheitskreis im DAV; Tätigkeitsbericht 1971-1973,
pp. 197-206
[10] Nylon Plastics, edited by Melvin I. Kohan - Plastic Department;
E.I. du Pont De Nemours and Co., Inc.
Note
[a] La poliammide 6 (o nylon-6) è un prodotto
sintetico che si ottiene per polimerizzazione del caprolattame,
un’ammide ciclica a 6 atomi di carbonio. Come altre
poliammidi (quali il nylon-6.6, ottenuto da acido adipico
ed esametileniammina, entrambi a 6 atomi di carbonio, donde
6.6 appunto), il nylon 6 è caratterizzato da notevoli
proprietà di resistenza alla trazione abbinate ad una
elevata elesticità, per cui ha trovato larghissimo
impiego nel settore tessile. La fibra che se ne ricava ha
il nome commerciale di Perlon.
[b] Il Dodero è l’apparecchiatura utilizzata
per valutare certe prestazioni della corda e convenzionalmente
determinarne, in base al numero delle cadute sostenute in
condizioni controllate di temperatura (20°C) e di umidità
relativa (65%), la resistenza dinamica. Per ottenere l’omologazione,
secondo le norme CEN, una corda semplice deve resistere senza
rompersi ad almeno 5 cadute, producendo uno sforzo massimo
alla prima caduta non superiore a 1200 daN. Il test viene
eseguito facendo cadere ad intervalli regolari di 5 minuti,
per un’altezza totale di 4.6 m, una massa di 80 kg legata
all’estremità di uno spezzone di corda lungo
2.5 m; l’altra estremità dello spezzone è
bloccata ad un ancoraggio e passa attraverso un foro calibrato,
di caratteristiche simili a quelle di un moschettone (punto
di rinvio sul quale in genere avviene la rottura della corda),
situato poco sopra l’ancoraggio stesso.
[c] L’autore ringrazia vivamente Cristina e Manuel Agreiter,
gestori del rifugio Kostner al Vallon (Sella), e Rosanna e
Fausto Todesco, gestori col piccolo Matteo del rifugio Carestiato
(Moiazza): è infatti grazie al loro spirito di collaborazione
e generosa disponibilità che la realizzazione dello
studio è stata possibile.
[d] La Tg è la temperatura di transizione vetrosa di
un materiale. Per comprendere il significato di tale parametro
si può dire che, in genere, i polimeri - com’è
il caso del nylon - sono costituiti da macromolecole in cui
si alternano casualmente sia parti cristalline (ossia strutture
di catena perfettamente ordinate, con una ben definita sistemazione
spaziale degli atomi) che parti amorfe (ossia strutture del
tutto disordinate, con catene aggrovigliate). La temperatura
in corrispondenza della quale viene modificata la mobilità
della parte amorfa è detta temperatura di transizione
vetrosa (Tg, dall’inglese glass Temperature), poiché
il comportamento del materiale dal punto di vista cristallografico
è simile a quello che avviene per il vetro (solido
amorfo per antonomasia) quando viene portato a rammollimento/fusione.
La Tg è quindi la temperatura in cui la parte amorfa
passa da uno stato relativamente rigido ad uno con mobilità
aumentata, ossia più plastico; tutti i polimeri, in
genere, al di sopra di tale temperatura si possono deformare
proprio per effetto di questa maggior plasticità. Nel
caso del nylon è stato dimostrato che la presenza di
acqua abbassa considerevolmente la sua temperatura di transizione
vetrosa: dati di letteratura riportano valori di Tg pari a
60÷80°C per il nylon secco, che scendono a valori
nell’intorno di 0°C per il nylon saturo d’acqua!
C’è di che preoccuparsi, nel senso che l’abbassamento
della Tg in presenza di acqua modifica (pregiudica?) le caratteristiche
meccaniche dei filamenti di nylon di cui le corde sono costituite.
Ringraziamenti
L’autore ringrazia per la cortese collaborazione
il Direttore del Laboratorio del Dipartimento di Costruzioni
e Trasporti dell’Università di Padova, presso
il quale sono stati eseguiti i test al Dodero. Un grazie riconoscente
va inoltre ai colleghi del CAI-CMT Vittorio Bedogni, Giuliano
Bressan, Lorenzo Contri, Gigi Costa e Carlo Zanantoni per
i preziosi consigli e gli utili suggerimenti forniti per la
stesura dell’ articolo.
L'articolo è apparso su "La rivista della Montagna", n° 255 marzo 2002
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